La domanda sulla verità abbraccia e insieme supera l’umana possibilità di raccolta conoscitiva; se portassimo la dialettica della domanda e della risposta sulla verità in un’immagine, potremmo pensarla come una mosca che imprigionata in una bottiglia di vetro cerca instancabilmente un’apertura per essere libera. Confondendo la trasparenza del vetro con la libertà dello spazio esterno, si infrange ripetutamente e violentemente contro le pareti della bottiglia in un tempo indefinito. Questo accade perché la domanda è mal posta: se chiediamo che cos’è la verità? siamo quella mosca. Se chiediamo, invece, com’è la verità? riusciamo, come nell’esempio proposto da Wittgenstein, a trovare una via d’uscita dalla trappola in cui c’eravamo posti.
Cercherò di rispondere a questa domanda: com’è la verità? Il punto di partenza è la presenza, in ogni nostro atto, dell’incontro della verità: ogni singola “cosa” è nella verità. Questa sembrerebbe, all’apparenza, una frase ingenua ed innocua; la realtà è che in essa si nascondono dei nodi difficili da sciogliere. Il primo problema è la nozione di incontro: è lecito dire che noi e la verità ci incontriamo? Pensiamo alla verità non semplicemente come a qualcosa di vero, ma a ciò che è condizione e possibilità di ogni vero: la verità, si può dire, terreno del vero; infatti se anche io dicessi che davanti a me c’è una sedia rossa e questa fosse effettivamente rossa, io avrei detto qualcosa di vero, ma non per questo avrei espresso la verità. La verità è quindi innanzitutto possibilità. Ora, in questo terreno avviene un incontro: noi, per vari motivi, in ogni istante, siamo in movimento verso e spinti da qualcosa e incontriamo la verità, seppur senza rendercene conto pienamente. In questo senso, noi facciamo qualcosa che non vogliamo – anche se magari lo desideriamo. Quindi, a questo livello primario, la verità è possibilità ed insieme desiderio, ma non volontà. Io non voglio la verità, non posso volerla, perchè questa è già da sempre più di me e di tutti messi assieme; nel migliore dei casi, però, io voglio qualcosa di vero e questo mi è possibile. La verità, nel terreno in cui si rende incontrabile, incontra noi. Sia questo terreno una cosa a noi familiare – opera di braimstorming: pensiamo a qualcosa di nostro – e sia la verità il sensibile e l’insensibile di quell’oggetto: noi incontriamo la verità nel sensibile o meglio in parte di esso – ciò che è nella possibilità dei nostri sensi – e la verità incontra noi nell’insensibile. La verità dell’insensibile ci sconvolge, ci spiazza, ci avvolge: ci mette in relazione a partire dal nostro esser-senza-protezione: pensiamo all’arte, alla poesia, alla musica, al cinema, alla comunicazione. Nel sensibile noi abbiamo familiarità con la verità (una tela, un testo, un suono, un volto), mentre nell’insensibile la verità ha familiarità con noi. Forse però a noi è concesso di parlare della verità solamente in termini sensibili per non cadere in facili e sterili astrattezze fine a se stesse; nel sensibile la verità può essere ascoltata, vista, toccata ed in generale sentita. Noi possiamo essere in ralazione con la verità! Come? tramite l’essere. Tutto ciò che è, il creato, il mondo, l’Avvolgente, l’Universo etc etc…è relazione. Nella relazione noi incontriamo la verità e la verità incontra noi. Paul Ricoeur ha parlato di ontologia relazionale: ego e alter sono in dimensione dialogica e dinamica grazie all’invisibilità del tempo. L’Io diviene se stesso solo se mosso dall’alterità – del corpo, dell’altro soggetto o della coscienza – verso il Se integro e libero. Il tempo, che è invisibile e insensibile, in quanto non lo percepiamo per ciò che è, è quindi ora ciò che ci mette in relazione con la verità nella relazionalità dell’essere; nello stesso tempo tramite il tempo la verità si dà a noi nell’essere. Alla stregua di questo pensiero, si può dialogare con Buber, altro maestro della filosofia contemporanea, quando egli parla della verità come una necessità dell’anima: il ritorno a quel Tu eterno che ci desta e ci interpella alla nostra vocazione responsabile. Nella dimensione di un essere relazionale, si apre il dialogo con la verità di un’anima in cerca della comunione col Tutto; questo Tu buberiano che ci affronta costantemente chiedendoci “Dove sei?” è l’alterità della verità che ci incontra nei sensi per metterci in cammino, cioè nel tempo dell’azione responsabile e della riscoperta di noi stessi come ritorno alla nostra identità. Il nostro io, attraverso la relazione con l’altro, può ritornare alla purezza del Sè, cioè alla pienezza originaria dell’identità liberata. Il Tu ci domanda in molte forme e molti modi. Dall’alterità di questa esperienza della verità, noi viviamo nel tempo e nell’azione proprio perchè la verità, che già ci si dà nei sensi, incontra noi anche nell’altro-dai-sensi, cioè nel tempo.
La verità assume un significato che sfocia, quindi, anche ad un altro livello: se questa, ontologicamente intesa, assume una connotazione relazionale e dal punto di vista etico rimanda all’incontro dell’alterità – che siamo in noi stessi – e del “tu” di ciò che interpella la nostra esistenza (l’altro soggetto, un testo, una canzone, etc..), nella dimensione antropologica si caratterizza come la scoperta, per l’uomo, della possibilità di una nuova nascita nel ritorno alla purezza del cuore. Questa prospettiva riprende la teoria teologica proposta da Bonhoeffer nella sequela di Cristo e recupera la sapienza di secoli di spiritualità vissuta nei monasteri cristiani attraverso la lettura del testo “L’imitazione di Cristo” (di cui l’autore resta ancora sconosciuto) nonché l’esperienza nonviolenta del Mahatma Gandhi, che in uno dei suoi aforismi afferma: “La vera bellezza, dopo tutto, sta nella purezza di cuore”. Nel testo “L’imitazione di Cristo” si dice che “Dio apre la mente ai puri di cuore”, ossia Egli va incontro alla disponibilità di chi ha saputo veramente ascoltare la verità, vivendo per l’altro e scoprendo Dio nell’Amore che gratuitamente dona; l’uomo che rinasce alla gratuità è colui che ha sperimentato l’Amore gratuito e la fedeltà del Padre, chi ha sentito l’approssimarsi della verità nel pathos della parola di Dio. La purezza non è esclusiva, non è una conquista o un possesso: questa indica la sua integrità, la sua libertà e la sua apertura; un’anima pura e purificata è una dimensione dell’io dove non c’è inimicizia, non c’è conflitto, non c’è intolleranza e non c’è distacco. La categoria impensata della purezza di cuore chiama a se la sincerità, la spontaneità, l’essere-Se-stessi che noi da sempre siamo. Un’anima pura è quella di un essere umano, cioè relazione con la verità nella sua integrità: relazionalità responsabile della propria Persona.
In questo senso, la purezza indica anche una fedeltà alla voce che da sempre ci interpella. Quest’uomo nuovo che nasce dalla redenzione è chi può a tutti gli effetti agire nella verità e compiere opere di semplicità e profezia.