danielereferza

Della poesia, del tempo

In speculazioni on Giugno 29, 2009 at 11:30 pm

Tutto ciò che resta è il libero pensiero. Di tutto, ciò che c’è di più libero e incondizionato è lo spazio del pensare. Da questo nasce la poesia; la poesia non è mai detta prima di tutto, perchè è già da sempre pensata. Poeta è chi, in un istante, in un batter d’occhio, senza voce, ha stravolto tutto; il suo pensare va, libero, al di là. Il tempo della sua innovazione è infinitamente più ampio dell’attimo esterno, nel tempo esterno..il gomitolo si intreccia, si affolla il cespuglio di tante cose passate e forse non solo che in realtà non ci sono, ma eccome se volano; non ci saranno anche, ma volano.

Il vero universo parallelo, sinceramente, è il nostro pensiero. C’è un mondo che non c’è, là dentro, c’è una materia oscura; un uomo vaga nell’ombra, cammina e schiaccia foglie sparse lungo il viale. Tace. Ricorda alcune cose della sua giornata, alcune cose da fare nel giorno successivo, altre cose che non riavrà più. Guarda in terra, si allaccia rapidamente l’impermeabile e posa le mani nelle tasche. Forse in fondo la sua vita va bene anche così, forse senza tanti rimpianti non sarebbe ciò che è ora, anche se non potrebbe essere altrimenti. Ma altrimenti poteva essere, forse, se quella sera…

Non c’è tempo se non c’è racconto; il tempo di allacciare l’impermebile non è il tempo di una vita. Io racconto una storia, la storia ha una propria vita e un proprio tempo: ecco, il tempo. Altrimenti, che tempo? Il tempo nasce e muore nella storia. Il tempo del mondo è altro dal tuo, tu non sei mai in tempo…perchè al di là di te, non c’è presente, non c’è passato, non c’è futuro. Io dico ieri e dico anche c’era una volta..mia nonna mi diceva sempre..ma perchè lo racconto e mi racconto. Io cammino nell’ombra, e mi racconto il mio tempo: c’ero io, c’erano gli altri e ci saranno. Fuori no, fuori c’è..l’uomo conquista il mondo e porta se stesso al mondo: il mondo è come me, il mondo ha un tempo. Nasce la storia! La metafora genera un mondo..che ci appare effettivo, come pensando che il mio amico mi capisca e la pensi come me: io, ora, sono lui e lui, per me, è me. Ma questo non è vero: lui è altro da me. Come il mondo è altro da noi. Altro è il suo tempo.

Kierkegaard: coscienza e solipsismo

In speculazioni on Giugno 5, 2009 at 8:53 am

La verità è che non esiste alcuna collegialità, alcun gruppo, alcuna partecipazione colettiva: siamo sempre noi, solo noi, che parliamo e ascoltiamo il ritorno della nostra voce, noi che facciamo di tutto per stare da soli e ci prodighiamo per gli altri per avere compagnia, noi che diciamo bene di tutti per crearci gruppo attorno e critichiamo il mondo per essere orgogliosi di allontanarci dall’inutile resto – L’unico plurale è nei confronti di noi stessi. Noi siamo soggetto e oggetto,ascoltante  e sentito, parlante e parlato, siamo sempre più noi stessi quando ci sparpagliamo nelle molteplicità dell’altro, noi quando cerchiamo l’altro (il gruppo o la serie – Sartre – c’è in noi nel desiderio dell’altro, nell’esserci dell’altro e nella memoria dell’altro – non c’è altro che ME – non IO). In fondo l’unica (altra) certezza dell’uomo nel suo essere nel mondo è l’essere Me. Ciascuno non può non dire di essere il suo Me. Irripetibile, illimitabile, nauseante, semplice Me. Quant’è vero che la morte ci nullifica: siamo schiavi della morte (destino); il Me muore da se, per volontà di Dio ritorna al padre e si ricongiunge al Creatore. Morendo, da me diviene IO, tutto, assoluto, mondo, sistema, Idea, spirito assoluto(puro)…Ecco che mi viene di nuovo Sartre: ” L’uomo è un Dio mancato”. Manca infatti del suo essere assoluto se ricerca e rimane il suo essere Me, senza volontà di ricongiungersi al tutto (che poi è volontà originaria, necessaria, fondativa quindi immancabile – Cieca volontà di vivere, rotto il velo di Maya). Il Se vive per l’Assoluto, siamo nel sistema, nel Tutto-abbracciante, nel destino: ci siamo, abbiamo la nostra parte (un piccolo-e-grande copione..direi a sproposito).

Detto che noi non abbiamo necessità dell’altro, è aver detto un stronzata. O almeno chi ha letto ha interpretato male. L’altro c’è e basta, come abbiamo bisogno di noi stessi, necessitiamo di altri, per trovere l’obiettivo in noi stessi. L’altro è in quanto Me sono  (però: è vero – anzi probabile – che se io non ci fossi gli altri esisterebbero comunque…ma se io non ci fossi non avrei esperienza degli altri nel loro Se e quindi non esisterebbero = condizione della ricerca dell’obiettivo è prima la mia esistenza, poi quella degli altri). Me sono, però, in quanto gli altri sono. Insomma: problema lungo e spinoso, per adesso basta. Tutto ciò era solo per 1. citare una bellissima frase dell’angosciatissimo ma allo stesso tempo splendidamente vicino alla realtà dell’uomo, Soren Kierkegaard: “Quando penso rendo infinito anche me stesso, ma non in modo assoluto, poichè io scompaio nell’assoluto; solo quando scelgo me stesso in modo assoluto, rendo me stesso infinito assolutamente, poichè io stesso sono l’assoluto; solo me stesso posso scegliere in modo assoluto, e questa scelta assoluta di me stesso è la mia libertà; e solo quando ho scelto me stesso assolutamente, ho posto una differenza assoluta, cioè quella tra il bene e il male….il mio pensare l’assoluto è l’auto-pensarsi dell’assoluto in me: il mio pensiero è infatti un momento dell’assoluto,e in questo sta la necessità del mio pensiero, in questo sta la necessità collo quale io penso all’assoluto” ( Aut-aut, 1956 ). Meglio di queste parole per fissare la necessità dell’essere Me in modo assoluto non penso esistano. Quindi qui chiudo col discorso trasversale che attraversa il post sull’esigenza del Me. 2. per riallacciarmi alla prima parte del post, chiarendo l’utilizzo del plurale: noi siamo Me e Se. Cioè: Me è il soggetto in quanto pensiero, essere in quanto s-stesso; Se è il soggetto che vede, pensa, riflette il soggetto stesso, lo contrasta, lo annulla, lo supera e lo riprende dialetticamente. Gli ltri esistono in quanto sono, in primo luogo, oggetto dell’essere del Se. Il mondo è l’oggetto del Se. L’esserci (come essere al mondo) è il Me stesso, come essenza. Non c’è altro nella nostra sensibilità: pensiero che si rivolge a se e pensiero che si rivolge all’altro da sè, in entrambi i casi assolutamente. il pensiero è sete di sapere, sapere il soggetto in sè come sapere dell’altro. Infine, essendo l’uomo in perenne ricerca (animale sociale) del Me, pensa di avere davvero qualche giovamento nella comunicazione con gli altri, nello scambio dialettico: in realtà non è altro che riflessione del Se sul mondo e su stesso, di cui l’altro fa parte: dialogo fra Me e Me, in sostanza. Quindi l’uomo per non creare incomprensioni o pretese di comprensione ( impossibili ed inconcepibili fra uomini) o prese di posizione strategiche, dovrebe fare ciò che è per lui contro-natura: stare in Silenzio. Il Silenzio e L’Immobilismo sono l’archè di ogni uomo, mosso e ‘parlato’ da un Principio di gran lunga maggiore ma che lo comprende assolutamente, Dio. La nostra comunicazione fra uomini è impossibile, come il nostro comprenderci, poichè ricerchiamo solo noi stessi, Me, e fuggiamo disperatamente dalla morte  (umiliazione, accusa, disistima, giudizio sono le sue vesti più consuete). Si esce da questo cappio egologico angosciante? Si può avere obbedienza dell’altro che io-stesso-sono? (Levinas – Ricoeur) Forse l’altro viene prima di Me, l’alterità non può essere conclusa nel Medesimo.

Com’è la verità?

In speculazioni on Giugno 4, 2009 at 1:31 pm

La domanda sulla verità abbraccia e insieme supera l’umana possibilità di raccolta conoscitiva; se portassimo la dialettica della domanda e della risposta sulla verità in un’immagine, potremmo pensarla come una mosca che imprigionata in una bottiglia di vetro cerca instancabilmente un’apertura per essere libera. Confondendo la trasparenza del vetro con la libertà dello spazio esterno, si infrange ripetutamente e violentemente contro le pareti della bottiglia in un tempo indefinito. Questo accade perché la domanda è mal posta: se chiediamo che cos’è la verità? siamo quella mosca. Se chiediamo, invece, com’è la verità? riusciamo, come nell’esempio proposto da Wittgenstein, a trovare una via d’uscita dalla trappola in cui c’eravamo posti.

Cercherò di rispondere a questa domanda: com’è la verità? Il punto di partenza è la presenza, in ogni nostro atto, dell’incontro della verità: ogni singola “cosa” è nella verità. Questa sembrerebbe, all’apparenza, una frase ingenua ed innocua; la realtà è che in essa si nascondono dei nodi difficili da sciogliere. Il primo problema è la nozione di incontro: è lecito dire che noi e la verità ci incontriamo? Pensiamo alla verità non semplicemente come a qualcosa di vero, ma a ciò che è condizione e possibilità di ogni vero: la verità, si può dire, terreno del vero; infatti se anche io dicessi che davanti a me c’è una sedia rossa e questa fosse effettivamente rossa, io avrei detto qualcosa di vero, ma non per questo avrei espresso la verità. La verità è quindi innanzitutto possibilità. Ora, in questo terreno avviene un incontro: noi, per vari motivi, in ogni istante, siamo in movimento verso e spinti da qualcosa e incontriamo la verità, seppur senza rendercene conto pienamente. In questo senso, noi facciamo qualcosa che non vogliamo – anche se magari lo desideriamo. Quindi, a questo livello primario, la verità è possibilità ed insieme desiderio, ma non volontà. Io non voglio la verità, non posso volerla, perchè questa è già da sempre più di me e di tutti messi assieme; nel migliore dei casi, però, io voglio qualcosa di vero e questo mi è possibile. La verità, nel terreno in cui si rende incontrabile, incontra noi. Sia questo terreno una cosa a noi familiare – opera di braimstorming: pensiamo a qualcosa di nostro – e sia la verità il sensibile e l’insensibile di quell’oggetto: noi incontriamo la verità nel sensibile o meglio in parte di esso – ciò che è nella possibilità dei nostri sensi – e la verità incontra noi nell’insensibile. La verità dell’insensibile ci sconvolge, ci spiazza, ci avvolge: ci mette in relazione a partire dal nostro esser-senza-protezione: pensiamo all’arte, alla poesia, alla musica, al cinema, alla comunicazione. Nel sensibile noi abbiamo familiarità con la verità (una tela, un testo, un suono, un volto), mentre nell’insensibile la verità ha familiarità con noi. Forse però a noi è concesso di parlare della verità solamente in termini sensibili per non cadere in facili e sterili astrattezze fine a se stesse; nel sensibile la verità può essere ascoltata, vista, toccata ed in generale sentita. Noi possiamo essere in ralazione con la verità! Come? tramite l’essere. Tutto ciò che è, il creato, il mondo, l’Avvolgente, l’Universo etc etc…è relazione.  Nella relazione noi incontriamo la verità e la verità incontra noi. Paul Ricoeur ha parlato di ontologia relazionale: ego e alter sono in dimensione dialogica e dinamica grazie all’invisibilità del tempo. L’Io diviene se stesso solo se mosso dall’alterità – del corpo, dell’altro soggetto o della coscienza – verso il Se integro e libero. Il tempo, che è invisibile e insensibile, in quanto non lo percepiamo per ciò che è, è quindi ora ciò che ci mette in relazione con la verità nella relazionalità dell’essere; nello stesso tempo tramite il tempo la verità si dà a noi nell’essere. Alla stregua di questo pensiero, si può dialogare con Buber, altro maestro della filosofia contemporanea, quando egli parla della verità come una necessità dell’anima: il ritorno a quel Tu eterno che ci desta e ci interpella alla nostra vocazione responsabile. Nella dimensione di un essere relazionale, si apre il dialogo con la verità di un’anima in cerca della comunione col Tutto; questo Tu buberiano che ci affronta costantemente chiedendoci “Dove sei?” è l’alterità della verità che ci incontra nei sensi per metterci in cammino, cioè nel tempo dell’azione responsabile e della riscoperta di noi stessi come ritorno alla nostra identità. Il nostro io, attraverso la relazione con l’altro, può ritornare alla purezza del Sè, cioè alla pienezza originaria dell’identità liberata. Il Tu ci domanda in molte forme e molti modi. Dall’alterità di questa esperienza della verità, noi viviamo nel tempo e nell’azione proprio perchè la verità, che già ci si dà nei sensi, incontra noi anche nell’altro-dai-sensi, cioè nel tempo.

La verità assume un significato che sfocia, quindi, anche ad un altro livello: se questa, ontologicamente intesa, assume una connotazione relazionale e dal punto di vista etico rimanda all’incontro dell’alterità – che siamo in noi stessi – e del “tu” di ciò che interpella la nostra esistenza (l’altro soggetto, un testo, una canzone, etc..), nella dimensione antropologica si caratterizza come la scoperta, per l’uomo, della possibilità di una nuova nascita nel ritorno alla purezza del cuore. Questa prospettiva riprende la teoria teologica proposta da Bonhoeffer nella sequela di Cristo e recupera la sapienza di secoli di spiritualità vissuta nei monasteri cristiani attraverso la lettura del testo “L’imitazione di Cristo” (di cui l’autore resta ancora sconosciuto) nonché l’esperienza nonviolenta del Mahatma Gandhi, che in uno dei suoi aforismi afferma: “La vera bellezza, dopo tutto, sta nella purezza di cuore”. Nel testo “L’imitazione di Cristo” si dice che “Dio apre la mente ai puri di cuore”, ossia Egli va incontro alla disponibilità di chi ha saputo veramente ascoltare la verità, vivendo per l’altro e scoprendo Dio nell’Amore che gratuitamente dona; l’uomo che rinasce alla gratuità è colui che ha sperimentato l’Amore gratuito e la fedeltà del Padre, chi ha sentito l’approssimarsi della verità nel pathos della parola di Dio. La purezza non è esclusiva, non è una conquista o un possesso: questa indica la sua integrità, la sua libertà e la sua apertura; un’anima pura e purificata è una dimensione dell’io dove non c’è inimicizia, non c’è conflitto, non c’è intolleranza e non c’è distacco. La categoria impensata della purezza di cuore chiama a se la sincerità, la spontaneità, l’essere-Se-stessi che noi da sempre siamo. Un’anima pura è quella di un essere umano, cioè relazione con la verità nella sua integrità: relazionalità responsabile della propria Persona.

In questo senso, la purezza indica anche una fedeltà alla voce che da sempre ci interpella. Quest’uomo nuovo che nasce dalla redenzione è chi può a tutti gli effetti agire nella verità e compiere opere di semplicità e profezia.